Ancora spettro discarica nel Sannio

di Gaetano Vessichelli

 

Forti polemiche e contestazioni nei confronti del Sottosegretariato ai rifiuti e della Regione inoltre sono insorte in Sala Consiliare alla Rocca dei Rettori, presso la Provincia di Benevento, dove si svolgeva l’incontro sulla provincializzazione rifiuti: alcuni cittadini comuni di Paduli e Sant’Arcangelo Trimonte, presenti in aula, hanno sollevato il caso della presunta volontà del Sottosegretariato di ampliare la discarica regionale di Sant’Arcangelo sfociando nel territorio di Paduli: ben 23 ettari confinanti con la discarica di contrada Nocecchia, verranno espropriati temporaneamente per la “realizzazione di indagini geognostiche propedeutiche alla realizzazione di opere volte allo spostamento del traliccio di sostegno della linea Media Tensione”. I comitati però credono che questo sia un pretesto per pianificare un ampliamento dell’attuale discarica di S.Arcangelo Trimonte. In allarme il Comune di Paduli: il sindaco Feleppa ha convocato un consiglio straordinario per affrontare l’argomento e decidere le eventuali determinazioni a difesa del territorio.”Il timore – ha detto Feleppa – nasce spontaneo anche perche’ si sta gia’ provvedendo ad una serie numerosa di carotaggi del terreno su tutta l’area dei venti ettari mentre tale procedura potrebbe rappresentare l’avvio del percorso che porta alla realizzazione di un allargamento della discarica sul territorio di Paduli con un’aggravante: il terreno sarebbe idoneo per realizzare una discarica addirittura due volte maggiore di quella insistente sul territorio di Sant’Arcangelo Trimonte”. L’assessore provinciale all’ambiente Gianluca Aceto ha affermato di non avere alcuna notizia ufficiale o ufficiosa in merito ad un presunto ampliamento della discarica e di attendere notizie dal Sottosegretariato. L’assessore ha definito “legittimi” di dubbi dei cittadini e si è detto “preoccupato” per la situazione.

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Digitale terrestre, una forzatura

di Gaetano Vessichelli

 

Ci siamo: il digitale terreste è realtà. Da settimane e settimane gli italiani hanno dato il via all’acquisto dei televisori con il ddt (decoder digitale terrestre). Con le dovute e giustificate perplessità. C’è scetticismo in giro ed ancora non s’è capito se la“rivoluzione digitale” inserita nel decreto legge 159/2007 recante “Interventi urgenti in materia economico-finanziaria per lo sviluppo e l’equità sociale” sia un vero e proprio bivio delle telecomunicazioni oppure una diabolica operazione di business che ha costretto gli italiani ad essere, loro malgrado, i protagonisti. Qualche dubbio viene eccome: nell’era della banda larga (fibra ottica, reti Wi-Fi, sistemi mobili UMTS solo per citare degli esempi) si privilegia una tecnologia che non sostiene né alcuno sviluppo infrastrutturale (ricordiamo che i contribuiti sono destinati all’acquisto di un decoder mentre un buon 30% della popolazione nazionale non ha nemmeno ADSL, vedi aree interne del Mezzogiorno) né tantomeno si propone di far maturare l’informatizzazione delle famiglie italiane. Il digitale terrestre non è altro che una modalità di trasmissione: non viene più occupata una frequenza da ogni emittente ma tutti potranno trasmettere sulla stessa o su gruppi di frequenza comuni
Il segnale unico che arriverà così nelle nostre case verrà decodificato da un apposito dispositivo detto “Decoder” che, in base al canale da noi prescelto, decodificherà solo la parte dei segnali di nostro interesse. Inizialmente il Governo ha giurato che non era necessario modificare l’impianto d’antenna esistente: poi qualcosa è cambiato ed ora sono doverosi i controlli agli impianti per non restare isolati. I costi? Per i consumatori, in una famiglia tipo, con due televisori, il passaggio al dtt si aggira attorno ai 150 euro. Allo stato, il tetto di spesa complessiva, si aggira attorno ai 30milioni di euro. Facciamo un passo indietro però e vediamo a come s’è arrivati a questa digitalizzazione forzata:
punto di partenza è una data: 31 dicembre 2003. Entro la mezzanotte dell’ultimo dell’anno, Retequattro, il canale Mediaset, era destinato a saltare e passare sul satellite. Il passaggio lo stabiliva nel 1994 una sentenza della Corte costituzionale. Dopo poco tempo si attiva questa “riforma di sistema”, così chiamata dal suo creatore, Maurizio Gasparri. Diciamoci la verità: il mercato non ne aveva assolutamente bisogno! I telespettatori potevano tranquillamente continuare a sedersi davanti ai loro amati apparecchi analogici senza cambiare televisori e antenne. Dunque: per non perdere Retequattro bisogna passare al digitale? Per passare al digitale bisogna imporlo per legge, perché il mercato non se lo fila per niente? Per imporlo bisogna obbligare le tv esistenti a comprare, e in fretta, frequenze?

Nel frattempo nei negozi di elettrodomestici non sanno cosa farsene dei vecchi televisori e i negozianti devono smaltire la giacenza visto che da oggi sono in esposizione solo tv con il bollino bianco “DG TV”. I televisori senza decoder integrato sono infatti banditi dall’esposizione al pubblico perché la vendita è espressamente vietata per legge dal 3 aprile scorso. Le “vittime” privilegiate sono soprattutto gli anziani che si aggirano con aria interrogativa tra le televisioni in esposizione e si sentono ripetere che la “sua tv non va più bene”…

“Habemus Vasco”! E il Primo Maggio dov’è?

un articolo di Gaetano Vessichelli

Annuntio vobis gaudium magnum habemus Vasco“: presentato in pompa magna da Sergio Castellitto sale sul palco del Concertone l’attessissimo Vasco Rossi. Quarantacinque minuti, forse qualcosina in più, con un bis per molti inaspettato, per altri scontato. Vasco Rossi è stata la star indiscussa di questa edizione 2009 intitolata (guarda un po’) “Il mondo che vorrei”: allora non c’è da sorprendersi se quest’anno le presenze sono state da record: 800mila, poco meno della metà della scorsa edizione, 800mila, forse anche di più in serata quando si è esibito il Blasco. La metro di Roma in tilt, Re di Roma, Ponte Lungo, Vittorio Emanuele: un vero e proprio esodo. Vasco ha risposto con “Stupendo”, cantata all’unisono dai fan che aspettavano il rocker di Zocca dal mattino; momento clou della sua esibizione con “Gli spari sopra”. Vasco Rossi è un’artista completo, un “poeta” come recita Ammaniti nel suo ultimo romanzo, Vasco Rossi è un animale da palcoscenico, un trascina popolo. In conclusione: Vasco Rossi non è adatto al Primo Maggio.

La sua verve ed il suo seguito sono imponenti, è così succoso e gratuito che smuove fan da Treviso a Sciacca. Peccato che il resto del cast abbia oltremodo sofferto la sua presenza, ingiustamente direi. Prima di invitare uno come lui bisognerebbe capire qual è il vero significato del Concertone e cosa desidera il pubblico di S.Giovanni, lo zoccolo duro, quelli che affollano la piazza ogni anno, gli altri 400mila tanto per intenderci…

Il pomeriggio, sotto un solleone, l’ingrato compito di sollevare la piazza è toccato alle smaliziate Diva Scarlet ed ai rappresentanti del “Paese è reale” con Benvegnù, Basile e Dente in gran spolvero. Poi s’è entrato nel vivo, nella tradizione del concerto con i Nomadi e le hit storiche di piazza San Giovanni cantate all’unisono dagli 800mila. Più della metà del pubblico però era per Vasco e si spegne presto in attesa del loro idolo: in dieci Concertoni non mi era mai capitato di vedere gente sbracata per terra restare indifferente ai richiami di “fiesta” della Bandabardò o all’indemoniato suono dei Bottari di Portico capitanati da un fantastico Enzo Avitabile (grandissima esibizione, tra le migliori del concerto).

Ardua la missione di Mannarino e gli Apres la Classe: grande impegno ma quella metà già mugugnava “Vasco Vasco!”.

Pomeriggio in calo con l’ inutile Fornaciari capace di stendere un bisonte. Mentre la piazza ricaricava le batterie “nell’ora del Tg3” si era sempre più stretti in attesa del grande evento. Il grande evento invece arriva poco prima delle otto quando sul palco fiondano Manuel Agnelli vestito da Napoleone Bonaparte e gli Afterhours e sparano in sequenza “Non è per sempre”, “Male di Miele”, “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”. Subito dopo Agnelli “Bonaparte” chiama sul palco Samuel dei Subsonica e un ispiratissimo Cristiano Godano dei Marlene Kuntz che regala al pubblico “Impressioni di settembre”. Il supegruppo suona come si deve ma gli applausi dei fan “indie” sono flebili rispetto all’indifferenza del pubblico di Vasco: qualcuno maledice le prime note de “Il paese è reale” del trio Agnelli – Samuel – Godano. Roba da non credere! Quante sfaccettature ha il rock italiano, chi l’avrebbe mai detto?

L’unico che veramente riesce a far saltare la piazza è Caparezza che scatena l’inferno con “Vieni a ballare in Puglia” e fa togliere le magliette agli 800mila in “Ilaria Condizionata”. Molto bella anche la performance della Pfm che canta De Andrè, bravo anche Cisco a tenere viva la piazza prima dell’avvento di Re Vasco che non incanta poi così tanto. Subito dopo spazio ad un insolito duo Fresu-Turci ad accompagnare i reading di Castellitto ed una tenace Marina Rei che sputa rock e bravura mentre il popolo di Vasco già prende d’assalto la Metropolitana di Roma.

I migliori? Su tutti Avitabile e i Bottari di Portico, poi Afterhours e Co, Caparezza e Pfm. Re Vasco? Zona UEFA, niente di più.

 

 

Gaetano Vessichelli

 

Tremonti, un ministro in caduta libera

Un Ministro in caduta libera

di Gaetano Vessichelli

“Si, d’accordo, non è della mia parte politica e non lo voterò mai però bisogna ammettere che è una persona seria e non mi dispiace affatto”. E’ capitato a tutti, almeno una volta, sostenere o ascoltare qualcosa di simile. Un fenomeno di democrazia, un atto di tolleranza, un senso di critica costruttiva, un tentativo di intraprendente visione della politica. C’è sempre un politico rispettato oltremodo, anche se l’orientamento partitico cozza con il vostro: quante volte abbiamo ascoltato il nostro amico antiberlusconiano sostenere che Gianfranco Fini “è una persona obiettiva”, quanti di noi hanno dibattuto con elettori del centrodestra sulla verve di Fausto Bertinotti. Nell’elite “del politico comunque bravo” ha sempre avuto un ruolo da “titolare” l’attuale Ministro dell’Economia Giulio Tremonti: personaggio deciso, duro ma allo stesso tempo sicuro di sé e preparato sui temi scottanti e delicati della recessione economica figlia di una globalizzazione spietata. Tremonti è la mente del gruppo per i suoi elettori, è un uomo preparato per i suoi oppositori, è “il politico rassicurante” per gli indecisi del voto. Lo abbiamo ascoltato in questi anni ostentare sicurezze ed azzardare previsioni: s’è prestato, dopo il precedente governo di centrodestra, a segnalare gli errori del tecnico Padoa-Schioppa fino a riappropriarsi dello scettro più delicato di Palazzo Chigi. Entrare nell’elite “del politico comunque bravo” è un’impresa di non poco conto, restare però lo è ancor di più.
L’impressione è che Tremonti ha perso terreno e tanta gente, dinanzi alle sue ultime affermazioni, ha avanzato dubbi: le mie orecchie hanno udito le dure critiche e le prime perplessità sul suo operato al Governo, da parte di suoi inguaribili sostenitori nei posti dove io opero.
Tremonti non incanta più: le difficoltà a governare la finanza pubblica lo stanno scolorendo: “La crisi è a un punto di svolta oramai – ha sostenuto il ministro pochi giorni fa – la parte più difficile è alle spalle e il grande incubo è lontano, finito, scongiurato”. La Marcegaglia gli ha fatto subito eco. Ora, se le stime del Fondo Monetario Internazionale valgono qualcosa, se l’esportazione è crollata, se gli addetti ai lavori degli altri paesi giurano che non si uscirà da questo pantano prima del 2010 (e l’Italia è data in ritardo sulla tabella di recupero) trovo quantomeno discutibili tali dichiarazioni. Qualcosina non torna se il giorno dopo il pericolo scampato la Borsa scende a meno quattro. Il Ministro dell’Economia deve combattere con una situazione difficile: negli ultimi mesi Istat e Bankitalia ripetono la solfa evidenziando che il debito italiano ha raggiunto un nuovo record, mentre le entrate, pur crescendo, stanno rallentando e la spesa pubblica è tutt’altro che sotto controllo. Difficile ostentare sicurezze in questo delicato periodo, d’accordo, ma una errore può capitare.
Il problema è che Tremonti gli errori li colleziona come dimostra il papocchio del mancato “Election day” dopo i muscoli mostrati dalla Lega Nord sempre più elemento vitale del Governo: “Il Referendum era meglio non farlo – ha affermato Tremonti – i costi li paghino i referendari, sono a carico dei promotori. Non metteremo mai le mani nelle tasche dei cittadini perché nel bilancio pubblico ci sono le risorse per finanziare la ricostruzione privata e pubblica”. Fare a meno di un Referendum? Se la memoria non mi inganna nel 1994 grazie ai referendari guidati dalle liste del Patto Segni arrivò in parlamento un tal Giulio Tremonti e, comunque sia, chiedere di non fare un referendum non è una risposta brillante…ecco…non è una risposta da “politico comunque bravo”.
Questione tasse: anche qui il Ministro zoppica. All’affermazione “nessuno pagherà per l’Abruzzo” molti hanno storto il naso visto che non ci sono nemmeno i soldi per mantenere in vita le Guardie Mediche nei piccoli centri del Meridione già a forte rischio desertificazione. Anche le certezze della cara “social-card” sono state messe in discussione da un’abile servizio giornalistico.
La finanza creativa di Tremonti scricchiola e la storia della cattiva gestione delle risorse non incanta più. Nel suo futuro lo aspetta la grande prova delle risorse: l’uomo del primo “swap” resta al suo posto per ora, difficilmente rientrerà nell’elite “del politico comunque bravo”.

Armi, c’è il Mondo che spara…

La spesa militare mondiale non conosce crisi e nel 2007 è stata pari a 1.339 miliardi di dollari, il 2,5% del Prodotto nazionale lordo del Pianeta e ben 202 dollari a testa per ogni abitante della Terra. L’incremento in termini reali rispetto al 2006 è del 6% e del 45% rispetto al 1998, l’anno prima della caduta del muro di Berlino.
Sono alcuni dei dati contenuti nel SIPRI Yearbook 2008, dell’omonimo prestigioso centro studi sulla pace e sul disarmo di Stoccolma. L’istituto, come ogni anno, ha fatto il punto su tutti gli aspetti connessi al militare: spesa, commercio internazionale delle armi, armi nucleari chimiche e batteriologiche, missioni di peacekeeping, trattati sul controllo degli armamenti, ecc, un tomo di molte centinaia di pagine.
Il maggior contributo alla spesa militare internazionale è dato dagli USA con il 45% del totale mondiale 2007. Seguono a distanza Regno Unito, Cina, Francia e Giappone con il 4-5% ciascuno. Dal 2001 la spesa del Pentagono è cresciuta del 59% in termini reali, per gli enormi costi delle guerre in Afghanistan ed in Iraq.
Ecco la classifica degli sperperi. Primi come al solito gli USA con 547 miliardi di dollari costanti, il maggio livello di spesa dai tempi della seconda guerra mondiale. Seguono Regno Unito con 59,7 miliardi; la Cina con 58,3 raggiunge il terzo posto superando la Francia 53,6; più distanziate Giappone 43,6 Germania 36,9 e Russia con 35,4 miliardi. L’Italia si conferma all’ottavo posto assoluto con 33,1 miliardi (erano 29,9 nel 2006). Il Governo Prodi non ha penalizzato, quindi, tale spesa, nonostante il suo programma elettorale ne prevedesse una limitazione. Il Governo Berlusconi non muove un dito al riguardo.
L’Europa orientale è stata la regione con il maggior incremento 2007 (+15%) in gran parte dovuto all’aumento della spesa russa (+13%).
Un simile livello di spesa militare si registra mentre cresce giornio dopo giorno, la massa di diseredati, di coloro che riescono a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno ed i numero degli affamati. I Grandi del mondo hanno evidenziato, nel recente vertice romano della FAO, la scelta politica di non voler affrontare il problema della distribuzione delle risorse, in primo luogo il cibo. Infatti, i dati SIPRI mettono in mostra il cinismo dei leader mondiali che, ancora una volta, hanno preferito armare i propri eserciti invece di sfamare i propri concittadini.
Anche il commercio delle armi è in espansione, nel periodo 2003-2007 rispetto agli anni 2002-2006. L’80% dell’export è opera di soli 5 Paesi USA (con il 31% delle vendite totali),Russia (26%), Germania (10% ),Francia (9%) e Regno Unito (4%).Segue l’Olanda (4%) mentre l’Italia nello stesso periodo si colloca al 7° posto con il 2%.
Il Sipri indica anche i principali clienti.: per Washington sono Corea del sud, Israele ed emirati Arabi Uniti; per la Russia sono Cina, india e Venezuela; per la Germania Turchia, Grecia e Sud Africa, per la Francia Emirati Arabi Uniti, Grecia ed Arabia Saudita, per il Regno Unito USA, Romania e Cile.
Da notare che fra i sopraindicati paesi vi sono 4 membri del Consiglio di Sicurezza ONU con potere di veto su 5.
I principali clienti sono invece, nell’ordine: Cina (con il 12% degli acquisti nel quinquennio 2003-2007),India (8%), Emirati Arabi Uniti (7%) Grecia (6%) e Corea del sud (5%).
Anche per i principali clienti il SIPRI fornisce l’elenco dei maggiori fornitori. Cina Russia, Ucraina e Francia; per l’India sono Russia Israele ed Uzbekistan; per gli Emirati Arabi sono Francia, USA e Germania, per la Grecia e per la Corea del sud sono USA, Francia e Germania.
Con riferimento alle regioni , l’Asia ha ricevuto il 375 delle armi totali, in particolare il Pakistan ha raddoppiato gli acquisti per lo più dagli USA, dalla Cina e dalla Francia. L’India è il n.1 del continente con un livello quadruplo rispetto al Pakistan ed ha il maggior fornitore nella Russia. .La Cina ha ridotto le compere di oltre il 60% nel 2007 rispetto al livello 2006, a causa della caduta delle esportazioni russe.
Il Medio Oriente si colloca al terzo posto dopo l’Europa, con 19%. Gli Emirati sono il principale importatore dell’area seguono Israele ed Egitto.
L’Africa ha ricevuto il 6% del totale (era il 5% nel periodo 2002-2006). Gran parte degli acquisti sono appannaggio di Algeria Marocco, .Libia e Tunisia. L’Africa subsahariana ha ricevuto invece il 2% delle armi complessive., in gran parte acquistate dal Sud Africa.
In particolare il Sudan ha ricevuto l’87% delle armi dalla Russia e l’8% dalla Cina. Mosca ha venduto 20 elicotteri e 12 aerei e Pechino altri 8 aerei, nonostante l’embargo ONU . Il Ciad, un altro Paese in guerra ha ricevuto 6 elicotteri , il Belgio ha consegnato 25 blindati e un aeree leggero dalla Svizzera. Ovviamente queste armi sono state usate in combattimento.
Le Americhe hanno ricevuto il 9% del totale ed il Sud America il 5%.

Pgr, Ultime “Cronache” dei Fedeli alla Linea

Un bellissimo articolo di Marinella Venegoni sui Pgr ed il loro ultimo lavoro discografico…

 

Un vecchio punkettaro irriducibile, un chitarrista d’assalto nato a Predappio, uno sperimentatore raffinato. Nell’ordine, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali e Gianni Maroccolo, sono – anzi ormai erano – i PRG, Per Grazia Ricevuta, compagine tumultuosa e vibrante che sotto varie sigle mutanti (CCCP, CSI) ha dato vita ad alcuni degli episodi più affascinanti degli ultimi trent’anni nella musica popolare italiana. La fine di PGR era ampiamente annunciata, ma ora un pregevole rigurgito, nato per puri motivi contrattuali con la major Universal, li ha fatti tornare in vita: esce venerdì 17 «Ultime notizie di cronaca», un disco avvincente forse proprio perché il suo fascino provocatorio è inversamente proporzionale a ogni tentazione di piacevolezza. Una colonna sonora adatta a questi tempi amari, incerti fra memoria, dolore e oltranzismi religiosi.

Niente di consolante, tutt’altro. E fa un po’ dispiacere vedere i nostri tre eroi, gli autori di «Tabula Rasa Elettrificata», forse per l’ultima volta insieme in pubblico, seduti a un tavolo. Si guardano l’un l’altro, un po’ intimiditi i due musicisti (Canali ha appena il coraggio di sussurrare che sta uscendo il suo quinto disco solista), inarrestabile invece Giovanni Lindo Ferretti, l’affabulatore, il parolista, di cui ha fatto colpo la recente conversione teocon, e la dichiarata passione per Ratzinger dopo 56 anni di vita spericolata. L’album gira intorno ai suoi testi, alla sua voce scabra e salmodiante che traccia una propria visione del mondo contemporaneo. «Cronache del 2009» dice «Indifferenti al mistero che ci nutre e ci avvolge…immersi in mille tormenti/tra prevenzioni e aggiornamenti fecondi d’aborto/e democratiche soluzioni eutanasiche»: una visione forte per il pensiero musicale contemporaneo di massa, che non esiste proprio oppure tende ad essere laico; ma in fondo poi tutto il progetto è una sorta di autobiografia di quest’uomo nato sui monti dell’Appennino e lì ora ritornato, ad accudire la madre gravemente malata alla quale è dedicata «Cronaca filiale», sottofondo d’organo e ritmica elettronica dietro la fotografia spietata di una verità: «Un figlio adulto, paterno/Una madre in bilico/tra ieri e l’eterno…Tu non sei più quella che sei stata e/così non ti sei mai immaginata».

Quel che si scopre, di quest’uomo che ha scelto di affrontare il destino tornando ai suoi monti a vivere una vita tutt’altro che glamour, è che forse non è giusto il proverbio secondo il quale si nasce incendiari e si muore pompieri: Giovanni Lindo Ferretti è ancora incendiario, è rimasto il punk provocatorio e sprezzante dei tempi dei CCCP. Si è limitato a spostare il proprio baricentro: «Un giorno io, che da sempre pratico il cattivo gusto, ho sentito e letto che tutti parlavano male di papa Ratzinger. Allora sono andato in libreria, ho trovato 9 libri e li ho presi tutti: li ho letti, e mi sono affezionato al pensiero e alla persona». Il solito gusto punk dell’andare contromano? «L’interesse mi nasce dalla negatività, se ai tempi dei concerti dei CCCP non avessero saltato contro Jovanotti, mai avrei scoperto lui e la sua bravura. Io ho sempre vissuto in un mondo in cui non si parlava bene del Papa».

Invece, oggi ne ha ritagliato l’immagine, lo ha appeso al muro dei suoi monti, e dice: «Non è un Papa adatto ai media, ma il Papa non deve andare d’accordo con la società, deve dire la sua». Anche quando parla in Africa contro l’uso del preservativo? «Ma mi direte mica che in Africa ci si salva con l’uso del preservativo? Solo l’approccio alla vita la potrà salvare, se ci pensate, la mano di un africano può solo romperlo, il preservativo». Certo, poi, si tace. E si ritorna con più agio alla pur cattiva notizia che non ci saranno concerti dei PRG su questo disco, nè mai: «Faccio fatica a venire a Milano, faccio due concerti al mese con un violino, e solo in provincia, ma salire su un palco a mezzanotte e mezza, no. Non posso passare alla mia età ore ad annoiarmi per arrivare a quelle altre due ore di canto, e in un’ora in cui dovrei essere a letto». Canali, che spesso suona con il nuovo Vasco per Luci della Centrale Elettrica, e Maroccolo che è un altro tipo inarrestabile, guardano il muro e tacciono. Decisamente, loro sono meno punk.

 

Ecco il Sucre, la moneta dell’America Latina

”Il Sucre è nato», ha detto il presidente venezuelano Hugo Chavez, dopo la firma dell’accordo posta oggi nell’ambito di una riunione dell’Alba a Cumana (circa 300 chilometri ad est di Caracas) a un trattato che istituisce il sistema unitario di compensazione regionale.

I Paesi che fanno parte dell’Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba) – Bolivia, Cuba, Repubblica Dominicana, Honduras, Nicaragua e Venezuela – più l’Ecuador, hanno oggi raggiunto un accordo per la creazione di una moneta unica regionale, Sucre appunto, che funzionerà come una ‘moneta virtuale’ da utilizzare per l’interscambio tra gli stessi paesi dell’Alba. Messo in cantiere da tempo nell’ambito dell’Alba, il Sucre mira a creare uno strumento di indipendenza commerciale, sostituendo negli scambi le monete nazionali, ma anche il dollaro, dove utilizzato. Alba è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba nel 2004 in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Usa.