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“Habemus Vasco”! E il Primo Maggio dov’è?

un articolo di Gaetano Vessichelli

Annuntio vobis gaudium magnum habemus Vasco“: presentato in pompa magna da Sergio Castellitto sale sul palco del Concertone l’attessissimo Vasco Rossi. Quarantacinque minuti, forse qualcosina in più, con un bis per molti inaspettato, per altri scontato. Vasco Rossi è stata la star indiscussa di questa edizione 2009 intitolata (guarda un po’) “Il mondo che vorrei”: allora non c’è da sorprendersi se quest’anno le presenze sono state da record: 800mila, poco meno della metà della scorsa edizione, 800mila, forse anche di più in serata quando si è esibito il Blasco. La metro di Roma in tilt, Re di Roma, Ponte Lungo, Vittorio Emanuele: un vero e proprio esodo. Vasco ha risposto con “Stupendo”, cantata all’unisono dai fan che aspettavano il rocker di Zocca dal mattino; momento clou della sua esibizione con “Gli spari sopra”. Vasco Rossi è un’artista completo, un “poeta” come recita Ammaniti nel suo ultimo romanzo, Vasco Rossi è un animale da palcoscenico, un trascina popolo. In conclusione: Vasco Rossi non è adatto al Primo Maggio.

La sua verve ed il suo seguito sono imponenti, è così succoso e gratuito che smuove fan da Treviso a Sciacca. Peccato che il resto del cast abbia oltremodo sofferto la sua presenza, ingiustamente direi. Prima di invitare uno come lui bisognerebbe capire qual è il vero significato del Concertone e cosa desidera il pubblico di S.Giovanni, lo zoccolo duro, quelli che affollano la piazza ogni anno, gli altri 400mila tanto per intenderci…

Il pomeriggio, sotto un solleone, l’ingrato compito di sollevare la piazza è toccato alle smaliziate Diva Scarlet ed ai rappresentanti del “Paese è reale” con Benvegnù, Basile e Dente in gran spolvero. Poi s’è entrato nel vivo, nella tradizione del concerto con i Nomadi e le hit storiche di piazza San Giovanni cantate all’unisono dagli 800mila. Più della metà del pubblico però era per Vasco e si spegne presto in attesa del loro idolo: in dieci Concertoni non mi era mai capitato di vedere gente sbracata per terra restare indifferente ai richiami di “fiesta” della Bandabardò o all’indemoniato suono dei Bottari di Portico capitanati da un fantastico Enzo Avitabile (grandissima esibizione, tra le migliori del concerto).

Ardua la missione di Mannarino e gli Apres la Classe: grande impegno ma quella metà già mugugnava “Vasco Vasco!”.

Pomeriggio in calo con l’ inutile Fornaciari capace di stendere un bisonte. Mentre la piazza ricaricava le batterie “nell’ora del Tg3” si era sempre più stretti in attesa del grande evento. Il grande evento invece arriva poco prima delle otto quando sul palco fiondano Manuel Agnelli vestito da Napoleone Bonaparte e gli Afterhours e sparano in sequenza “Non è per sempre”, “Male di Miele”, “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”. Subito dopo Agnelli “Bonaparte” chiama sul palco Samuel dei Subsonica e un ispiratissimo Cristiano Godano dei Marlene Kuntz che regala al pubblico “Impressioni di settembre”. Il supegruppo suona come si deve ma gli applausi dei fan “indie” sono flebili rispetto all’indifferenza del pubblico di Vasco: qualcuno maledice le prime note de “Il paese è reale” del trio Agnelli – Samuel – Godano. Roba da non credere! Quante sfaccettature ha il rock italiano, chi l’avrebbe mai detto?

L’unico che veramente riesce a far saltare la piazza è Caparezza che scatena l’inferno con “Vieni a ballare in Puglia” e fa togliere le magliette agli 800mila in “Ilaria Condizionata”. Molto bella anche la performance della Pfm che canta De Andrè, bravo anche Cisco a tenere viva la piazza prima dell’avvento di Re Vasco che non incanta poi così tanto. Subito dopo spazio ad un insolito duo Fresu-Turci ad accompagnare i reading di Castellitto ed una tenace Marina Rei che sputa rock e bravura mentre il popolo di Vasco già prende d’assalto la Metropolitana di Roma.

I migliori? Su tutti Avitabile e i Bottari di Portico, poi Afterhours e Co, Caparezza e Pfm. Re Vasco? Zona UEFA, niente di più.

 

 

Gaetano Vessichelli

 

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Pgr, Ultime “Cronache” dei Fedeli alla Linea

Un bellissimo articolo di Marinella Venegoni sui Pgr ed il loro ultimo lavoro discografico…

 

Un vecchio punkettaro irriducibile, un chitarrista d’assalto nato a Predappio, uno sperimentatore raffinato. Nell’ordine, Giovanni Lindo Ferretti, Giorgio Canali e Gianni Maroccolo, sono – anzi ormai erano – i PRG, Per Grazia Ricevuta, compagine tumultuosa e vibrante che sotto varie sigle mutanti (CCCP, CSI) ha dato vita ad alcuni degli episodi più affascinanti degli ultimi trent’anni nella musica popolare italiana. La fine di PGR era ampiamente annunciata, ma ora un pregevole rigurgito, nato per puri motivi contrattuali con la major Universal, li ha fatti tornare in vita: esce venerdì 17 «Ultime notizie di cronaca», un disco avvincente forse proprio perché il suo fascino provocatorio è inversamente proporzionale a ogni tentazione di piacevolezza. Una colonna sonora adatta a questi tempi amari, incerti fra memoria, dolore e oltranzismi religiosi.

Niente di consolante, tutt’altro. E fa un po’ dispiacere vedere i nostri tre eroi, gli autori di «Tabula Rasa Elettrificata», forse per l’ultima volta insieme in pubblico, seduti a un tavolo. Si guardano l’un l’altro, un po’ intimiditi i due musicisti (Canali ha appena il coraggio di sussurrare che sta uscendo il suo quinto disco solista), inarrestabile invece Giovanni Lindo Ferretti, l’affabulatore, il parolista, di cui ha fatto colpo la recente conversione teocon, e la dichiarata passione per Ratzinger dopo 56 anni di vita spericolata. L’album gira intorno ai suoi testi, alla sua voce scabra e salmodiante che traccia una propria visione del mondo contemporaneo. «Cronache del 2009» dice «Indifferenti al mistero che ci nutre e ci avvolge…immersi in mille tormenti/tra prevenzioni e aggiornamenti fecondi d’aborto/e democratiche soluzioni eutanasiche»: una visione forte per il pensiero musicale contemporaneo di massa, che non esiste proprio oppure tende ad essere laico; ma in fondo poi tutto il progetto è una sorta di autobiografia di quest’uomo nato sui monti dell’Appennino e lì ora ritornato, ad accudire la madre gravemente malata alla quale è dedicata «Cronaca filiale», sottofondo d’organo e ritmica elettronica dietro la fotografia spietata di una verità: «Un figlio adulto, paterno/Una madre in bilico/tra ieri e l’eterno…Tu non sei più quella che sei stata e/così non ti sei mai immaginata».

Quel che si scopre, di quest’uomo che ha scelto di affrontare il destino tornando ai suoi monti a vivere una vita tutt’altro che glamour, è che forse non è giusto il proverbio secondo il quale si nasce incendiari e si muore pompieri: Giovanni Lindo Ferretti è ancora incendiario, è rimasto il punk provocatorio e sprezzante dei tempi dei CCCP. Si è limitato a spostare il proprio baricentro: «Un giorno io, che da sempre pratico il cattivo gusto, ho sentito e letto che tutti parlavano male di papa Ratzinger. Allora sono andato in libreria, ho trovato 9 libri e li ho presi tutti: li ho letti, e mi sono affezionato al pensiero e alla persona». Il solito gusto punk dell’andare contromano? «L’interesse mi nasce dalla negatività, se ai tempi dei concerti dei CCCP non avessero saltato contro Jovanotti, mai avrei scoperto lui e la sua bravura. Io ho sempre vissuto in un mondo in cui non si parlava bene del Papa».

Invece, oggi ne ha ritagliato l’immagine, lo ha appeso al muro dei suoi monti, e dice: «Non è un Papa adatto ai media, ma il Papa non deve andare d’accordo con la società, deve dire la sua». Anche quando parla in Africa contro l’uso del preservativo? «Ma mi direte mica che in Africa ci si salva con l’uso del preservativo? Solo l’approccio alla vita la potrà salvare, se ci pensate, la mano di un africano può solo romperlo, il preservativo». Certo, poi, si tace. E si ritorna con più agio alla pur cattiva notizia che non ci saranno concerti dei PRG su questo disco, nè mai: «Faccio fatica a venire a Milano, faccio due concerti al mese con un violino, e solo in provincia, ma salire su un palco a mezzanotte e mezza, no. Non posso passare alla mia età ore ad annoiarmi per arrivare a quelle altre due ore di canto, e in un’ora in cui dovrei essere a letto». Canali, che spesso suona con il nuovo Vasco per Luci della Centrale Elettrica, e Maroccolo che è un altro tipo inarrestabile, guardano il muro e tacciono. Decisamente, loro sono meno punk.

 

Afterhours, il rock è realtà

La crisi, economica e di fiducia, che percorre il Paese sbarca anche all’Ariston. E se il sottosegretario ai Beni Culturali Giro protesta per l’immagine della nazione offerta da Marco Masini («è un paese l’Italia che ci ha rotto i coglioni… dove tutto va male») c’è da immaginare che non gradisca nemmeno quella targata Afterhours («il paese è una merda»). Solo che l’uomo di «Disperato» è abituato ad alzare la voce per ottenere attenzione («L’Italia» arriva dopo «Vaffanculo» e «Bella stronza»), mentre la band più che a scandalizzare «prova a usare il Festival e non solo a farsi usare» in perfetto stile «entrista». Punta di diamante della scena del nuovo rock italiano, titolare di album entrati in hit parade e distribuiti anche in Canada e Usa, come di una canzone ripresa da Mina, il gruppo con «Il paese è reale» azzarda un’operazione complessa, rischiosa, ambiziosa. Il brano è un’intensa ballata, chitarre e furori elettrici raccontano delusioni e orizzonti di una generazione senza causa, anzi no: «Inseguivi una cazzata, era splendida e dorata, fresca e avvelenata», intona con voce di ghiaccio Manuel Agnelli, conscio che dopo la fine delle ideologie è arrivato il momento di mettersi in gioco in prima persona: «Adesso fa qualcosa che serva, che è anche per te se il tuo paese è di merda… Dir la verità è un atto d’amore, fatto per la nostra rabbia che muore». Iniziamo dai fan, Manuel, come hanno preso la vostra presenza a Sanremo? «Dalle prime risposte, direi male. È un atto d’amore il loro, di possesso. Ma la gelosia ammazza l’amore e la musica deve essere a disposizione di tutti, non rinchudersi nelle nicchie». Gli Afterhours rivali di Alexia e Leali? «Gli Afterhours si mettono in gioco, partono dal Festival per ottenere visibilità anche per tutta la nuova scena italiana. Abbiamo rotto il contratto che ci univa alla Universal per non pagare la tassa di ripubblicare il nostro ultimo disco, ”I milanesi ammazzano il sabato”, con l’aggiunta dell’inedito sanremese, ma non siamo ritornati nel ghetto delle indie, di un’indipendenza dura e pura che a volte è una chiusura al mondo ancor più grave. Non abbiamo nessuna religione, nemmeno questa». Veniamo all’album legato a questa avventura. «Il titolo è quello del brano con cui saremo eliminati la prima sera, ci scommetto. Dentro ci sono altri 18 brani di 18 protagonisti del nuovo sound italiano. Si va da veterani come Marco Parente e Cesare Basile a promesse come Beatrice Antolini e Settlefish, passando per A Toys Orchestra, Paolo Benvegnù, Marta sui Tubi, Zen Circus… Il cd sarà venduto – a 9.90 euro – solo nei negozi Fnac, fisici e digitali: anche questa è una novità, un’ipotesi per un mercato diverso. Ripartiamo dal concetto del ”Tora! Tora!”, festival itinerante del rock nostrano, ma puntando su talenti grandi quanto sconosciuti. E l’operazione continuerà dal vivo, allargandosi ancora». Prima, però, bisogna passare per le forche caudine di Sanremo e l’accusa di aver venduto l’anima al diavolo, di essere dei «traditori». «Sanremo è un presunto Festival della canzone trasformato in show televisivo, vive di retorica, show-business e brutta musica, ma non è una guerra o un raduno di pedofili. Alle foto di rito per la copertina di ”Sorrisi e Canzoni Tv” abbiamo stretto la mano ad Al Bano, non è mica un delinquente solo perché suoniamo cose diverse. E abbiamo ritrovato Patty Pravo, con cui abbiamo già lavorato. Lei è un mito. Appena è entrata nei camerini ha messo una mano sul sedere della Zanicchi apostrofandola: ”Bella chiappona”. Poi, quando la Parietti – c’era anche lei, non so perché – le ha detto ”sei la più bella”, l’ha freddata: ”Non ci vuole mica molto, sai”». Ma voi delle scorse edizioni che cosa ricordate? «Gli Smiths in playback con Morrisey che mostrava l’ombelico: da ragazzino integralista li condannai, poi ho rivisto l’esibizione su YouTube e li ho rivalutati. Springsteen, solitario e magico in ”The ghost of Tom Joad”. E ancora Elio e le Storie Tese, gli Avion Travel che hanno persino vinto, i Subsonica: quell’anno io c’ero e forse è per quello che abbiamo accettato l’invito di Bonolis, che con noi si sta comportando benissimo». E se per assurdo vinceste? «Faremo festa con le Conigliette di Hugh Hefner. Ma non lo scrivere, che abbiamo famiglia».

da Il Mattino

Nuovi inediti di Fabrizio De Andrè

Un canto popolare, una ballata romantica ed un pezzo goliardico sono i tre inediti di Fabrizio De André trovati cinque anni fa dalla fondazione genovese De Ferrari e pubblicati da Bmg Sony/Nuvole, per i dieci anni dalla morte dell’artista, nel cofanetto ‘Effedia – Sulla mia cattiva strada’ (due cd più il documentario di Teresa Marchetti presentato nel corso dell’ultimo Festival del cinema di Roma).

E sempre per celebrare il decimo anniversario dalla morte, Genova rende omaggio al cantautore con una grande mostra dal 31 dicembre al 3 maggio organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura con la Fondazione Fabrizio De André. Un allestimento multimediale ed interattivo che si snoda attraverso cinque sale secondo temi conduttori della sua vita e poetica, nel tentativo di ricomporre i frammenti di un pensiero complesso, in un percorso curato da Guido Harari, Vittorio Bo, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia.

Intanto Fabrizio De Ferrari, presidente dell’omonima fondazione, racconta della genesi e del ritrovamento dei tre inediti pubblicati di recente. “I nastri, che risalgono agli anni Sessanta, appartenevano al fondo del musicologo anglo-genovese Edward Neill, acquistato nel 2003 dalla nostra Fondazione – spiega -. Al loro ritrovamento, abbiamo contattato Dori Ghezzi che dopo un primo scetticismo ha deciso di incontrarci ed è rimasta colpita dalle registrazioni”.

Secondo quanto emerge fu proprio Neill a convincere De André a incidere le tre canzoni. Il musicologo, studioso di Niccolò Paganini, allievo a Genova del maestro Mario Moretti, era infatti appassionato di canti popolari, in particolare della tradizione ligure e piemontese, dei quali raccolse preziose testimonianze sul campo. Fu proprio durante alcuni incontri che il musicologo illustrò i risultati delle sue ricerche al cantautore genovese. De André ascoltò le musiche, lesse i testi e lentamente cominciò ad avvicinarsi a questo particolare genere. Una passione che nel tempo ha coltivato ed il risultato fu il riarrangiamento del testo tradizionale piemontese “Maria Giuana” (uno dei tre brani), vera e propria anticipazione dell’album dialettale “Creuza de ma”, pubblicato nel 1983.

Le altre due canzoni sono “Dai monti della Savoia”, struggente vicenda di un cantastorie interamente composta da Faber, molto simile ai suoi primissimi successi e la goliardica “Bella se vuoi volare”, eseguita con due cantanti folk, con giochi di parole e doppi sensi, ispirata al repertorio della storica compagnia di universitari genovesi Baistrocchi che De André frequentava negli anni Cinquanta con Paolo Villaggio.

Piccoli Saviano crescono…

Il successo straordinario di Gomorra di Roberto Saviano ha ridato fiato a libri di denuncia, ne sono appena usciti tre che parlano di Sud. Sono ‘Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno’ di Lucio Iaccarino; ‘La Calabria brucia’ di Mauro Francesco Minervino; ‘Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud’, di Alessandro Leogrande. E’ una narrativa ‘d’inchiesta’ con al centro una realta’ cruda che non sempre fa piacere conoscere.

L’Onda invade la Sapienza: in 15mila al concerto

manuel

 

“Facciamo quattro pezzi, poi scappiamo perchè all’una ci parte il treno. Magari il suond non sarà ottimale ma volevamo esserci a tutti i costi”. Così il leader degli Afterhours, Manuel Agnelli rivolto agli studenti romani presenti alla Sapienza in occasione del maxi-concerto di ieri. Una manifestazione imponente, con circa quindicimila ragazzi ad affollare piazzale Aldo Moro “by night”. Una cosa del genere non succedeva da molti anni: un concerto di protesta, dove i musicisti si sono esibiti senza percepire un euro. Emblematica la presenza degli Afterhours: il tam tam dell’Onda è arrivato perfino alle orecchie di Agnelli e Company che, fuori programma, si sono improvvisati sul palco.
Il piazzale Aldo Moro una fila quasi ordinata di studenti aspetta di entrare alla Sapienza. Ma non è giorno e non c’è lezione. È sera, è notte. È la festa dell’Onda e qualcuno, all’ingresso, invita a versare una sottoscrizione per sostenere economicamente il movimento studentesco.

L’Onda ha colpito ancora. E la città universitaria non è mai stata così città come in queste ultime settimane. Gente che va e che viene a qualsiasi ora del giorno e della notte. Lo scorrere del tempo è confuso, l’alternanza di sonno e veglia degli studenti anche, ma lei, l’Onda, avanza sicura e compatta. Lo ha dimostrato anche in questa occasione con “Siamo in Onda” ribattezzata la “ Woodstock” del movimento, un concerto organizzato dagli studenti della Sapienza in collaborazione con il comico Andrea Rivera a sostegno della protesta studentesca contro la legge Gelmini e i tagli all’università e alla ricerca.

Ragazzi, genitori, bambini della scuola elementare che ballano e cantano a ritmo di rap, il movimento non si fa mancare nulla. “ Siamo in 15 mila, un successo inaspettato visto che l’abbiamo pubblicizzata in un solo giorno” dicono gli organizzatori mentre stringono la mano e abbracciano musicisti, attori e personaggi dello spettacolo, che hanno aderito gratuitamente all’evento esibendosi sul palco allestito alle spalle del Rettorato e confezionato con lo striscione “Siamo l’Onda che vi travolge”.

“Ci tengo a precisarlo, io sono nato e morirò antifascista”. Così ha esordito Andrea Rivera presentando il concerto. “Sosterremo l’Onda per sempre, non vi abbandoneremo mai” ha detto ancora Rivera che tornando sulle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi in merito al Blocco studentesco ha aggiunto: “Non giustificherò mai le manganellate, nemmeno quelle eventuali della polizia nel caso voi voleste occupare dei binari. Per ogni manganellata che prenderete dalla polizia io mi costituirò parte civile”.

Il cantautore Simone Cristicchi ha aperto il concerto, poi si sono esibiti Ascanio Celestini, Andrea Rivera, Dario Vergassola, Elio Germano, e le band Tete de Bois, Assalti Frontali e tanti altri. Sul palco, oltre agli artisti, anche gli studenti che hanno spiegato al pubblico le ragioni della protesta. In platea un mare di studenti: “Sono tutti universitari qui a Roma – spiega Francesco Brancaccio, uno degli organizzatori, oggi non ci sono studenti di altre regioni ed è la forza di questi numeri che ci sorprende e ci riempie di gioia”.

Francesco non ricorda più da quante notti non fa un sonno decente e prolungato. E questa notte? “Ancora qui in facoltà, insieme a tutti gli altri, non vogliamo fermarci”. Il parco è stracolmo e all’ingresso, intanto, aumenta il serpentone umano di giovani accorsi tramite un semplice passa parola. “Anche io sono stato uno studente, da poco sono padre e penso che questo movimento possa fare bene per il futuro”, ha detto Simone Cristicchi, che dopo aver cantato una libera versione del brano ‘L’Italiano’ di Toto Cutugno, ha interpretato il pezzo ‘Laureata Precaria’. La sua presenza è stata incerta fino all’ultimo ma poi, di fronte al pubblico dell’Onda, si è esibito anche l’attore, Ascanio Celestini, con racconti sulla scuola, sul neofascismo e sui fatti di Genova: “Questo è un movimento di cittadini consapevoli in un luogo pubblico, di tutti, e così dovrebbe essere tutti i giorni” ha spiegato.

Poi il comico Dario Vergassola, che si è detto “depresso perché non riesco a stare da solo e qui c’è tanta gente. Se la Gelmini fosse stata di sinistra sarebbe stato comunque giusto protestare” ha chiarito. A concludere, a notte inoltrata, Daniele Silvestri. “ Quella di stasera – ha detto Silvestri – è la prima boccata d’ossigeno dopo tanto tempo, sono qui prima come genitore che come cantante.

 

ecco un video de “La Repubblica” sulla serata:

http://roma.repubblica.it/multimedia/home/3730897

Letteratura sudamericana a Roma

Per il week end dell’Immacolata riparte la grande Fiera della piccola e media editoria: “Più Libri più liberi”. Dal 5 all’8 dicembre infatti, al Palazzo dei Congressi di Roma, 400 editori e più di 200 incontri daranno il via alla manifestazione che sa sei anni colleziona boom di visitatori.

Quest’anno grande attenzione sarà data alla letteratura sudamericana con ospiti internazionali e anteprime editoriali. Uno degli obiettivi della Fiera è quello di invogliare più gente possibile a leggere, sono infatti più della metà gli italiani che non amano la lettura. La vetrina espositiva quest’anno si amplia anche grazie a “America Latina Tierra de Libros. Dal realismo magico al mondo globale” e la sperimentazione letteraria su Second Life.

Tra gli ospiti dell’edizione 2008 Pupi Avati, Andrea Camilleri, Massimo Carlotto, Giulietto Chiesa, Ugo Gregoretti, Tullio Kezich, Lia Levi, Carlo Lucarelli, Dacia Maraini, Valerio Mastandrea, Gianni Minà, Enrico Montesano, Rocco Papaleo, Walter Pedullà, Sandro Portelli, Toni Servillo, Giuliana Sgrena, Maria Luisa Spaziani, Lee Stringer.
Tanti i percorsi attraverso la storia e la cronaca, la poesia e il noir e lo spettacolo.