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Ancora spettro discarica nel Sannio

di Gaetano Vessichelli

 

Forti polemiche e contestazioni nei confronti del Sottosegretariato ai rifiuti e della Regione inoltre sono insorte in Sala Consiliare alla Rocca dei Rettori, presso la Provincia di Benevento, dove si svolgeva l’incontro sulla provincializzazione rifiuti: alcuni cittadini comuni di Paduli e Sant’Arcangelo Trimonte, presenti in aula, hanno sollevato il caso della presunta volontà del Sottosegretariato di ampliare la discarica regionale di Sant’Arcangelo sfociando nel territorio di Paduli: ben 23 ettari confinanti con la discarica di contrada Nocecchia, verranno espropriati temporaneamente per la “realizzazione di indagini geognostiche propedeutiche alla realizzazione di opere volte allo spostamento del traliccio di sostegno della linea Media Tensione”. I comitati però credono che questo sia un pretesto per pianificare un ampliamento dell’attuale discarica di S.Arcangelo Trimonte. In allarme il Comune di Paduli: il sindaco Feleppa ha convocato un consiglio straordinario per affrontare l’argomento e decidere le eventuali determinazioni a difesa del territorio.”Il timore – ha detto Feleppa – nasce spontaneo anche perche’ si sta gia’ provvedendo ad una serie numerosa di carotaggi del terreno su tutta l’area dei venti ettari mentre tale procedura potrebbe rappresentare l’avvio del percorso che porta alla realizzazione di un allargamento della discarica sul territorio di Paduli con un’aggravante: il terreno sarebbe idoneo per realizzare una discarica addirittura due volte maggiore di quella insistente sul territorio di Sant’Arcangelo Trimonte”. L’assessore provinciale all’ambiente Gianluca Aceto ha affermato di non avere alcuna notizia ufficiale o ufficiosa in merito ad un presunto ampliamento della discarica e di attendere notizie dal Sottosegretariato. L’assessore ha definito “legittimi” di dubbi dei cittadini e si è detto “preoccupato” per la situazione.

Digitale terrestre, una forzatura

di Gaetano Vessichelli

 

Ci siamo: il digitale terreste è realtà. Da settimane e settimane gli italiani hanno dato il via all’acquisto dei televisori con il ddt (decoder digitale terrestre). Con le dovute e giustificate perplessità. C’è scetticismo in giro ed ancora non s’è capito se la“rivoluzione digitale” inserita nel decreto legge 159/2007 recante “Interventi urgenti in materia economico-finanziaria per lo sviluppo e l’equità sociale” sia un vero e proprio bivio delle telecomunicazioni oppure una diabolica operazione di business che ha costretto gli italiani ad essere, loro malgrado, i protagonisti. Qualche dubbio viene eccome: nell’era della banda larga (fibra ottica, reti Wi-Fi, sistemi mobili UMTS solo per citare degli esempi) si privilegia una tecnologia che non sostiene né alcuno sviluppo infrastrutturale (ricordiamo che i contribuiti sono destinati all’acquisto di un decoder mentre un buon 30% della popolazione nazionale non ha nemmeno ADSL, vedi aree interne del Mezzogiorno) né tantomeno si propone di far maturare l’informatizzazione delle famiglie italiane. Il digitale terrestre non è altro che una modalità di trasmissione: non viene più occupata una frequenza da ogni emittente ma tutti potranno trasmettere sulla stessa o su gruppi di frequenza comuni
Il segnale unico che arriverà così nelle nostre case verrà decodificato da un apposito dispositivo detto “Decoder” che, in base al canale da noi prescelto, decodificherà solo la parte dei segnali di nostro interesse. Inizialmente il Governo ha giurato che non era necessario modificare l’impianto d’antenna esistente: poi qualcosa è cambiato ed ora sono doverosi i controlli agli impianti per non restare isolati. I costi? Per i consumatori, in una famiglia tipo, con due televisori, il passaggio al dtt si aggira attorno ai 150 euro. Allo stato, il tetto di spesa complessiva, si aggira attorno ai 30milioni di euro. Facciamo un passo indietro però e vediamo a come s’è arrivati a questa digitalizzazione forzata:
punto di partenza è una data: 31 dicembre 2003. Entro la mezzanotte dell’ultimo dell’anno, Retequattro, il canale Mediaset, era destinato a saltare e passare sul satellite. Il passaggio lo stabiliva nel 1994 una sentenza della Corte costituzionale. Dopo poco tempo si attiva questa “riforma di sistema”, così chiamata dal suo creatore, Maurizio Gasparri. Diciamoci la verità: il mercato non ne aveva assolutamente bisogno! I telespettatori potevano tranquillamente continuare a sedersi davanti ai loro amati apparecchi analogici senza cambiare televisori e antenne. Dunque: per non perdere Retequattro bisogna passare al digitale? Per passare al digitale bisogna imporlo per legge, perché il mercato non se lo fila per niente? Per imporlo bisogna obbligare le tv esistenti a comprare, e in fretta, frequenze?

Nel frattempo nei negozi di elettrodomestici non sanno cosa farsene dei vecchi televisori e i negozianti devono smaltire la giacenza visto che da oggi sono in esposizione solo tv con il bollino bianco “DG TV”. I televisori senza decoder integrato sono infatti banditi dall’esposizione al pubblico perché la vendita è espressamente vietata per legge dal 3 aprile scorso. Le “vittime” privilegiate sono soprattutto gli anziani che si aggirano con aria interrogativa tra le televisioni in esposizione e si sentono ripetere che la “sua tv non va più bene”…

“Habemus Vasco”! E il Primo Maggio dov’è?

un articolo di Gaetano Vessichelli

Annuntio vobis gaudium magnum habemus Vasco“: presentato in pompa magna da Sergio Castellitto sale sul palco del Concertone l’attessissimo Vasco Rossi. Quarantacinque minuti, forse qualcosina in più, con un bis per molti inaspettato, per altri scontato. Vasco Rossi è stata la star indiscussa di questa edizione 2009 intitolata (guarda un po’) “Il mondo che vorrei”: allora non c’è da sorprendersi se quest’anno le presenze sono state da record: 800mila, poco meno della metà della scorsa edizione, 800mila, forse anche di più in serata quando si è esibito il Blasco. La metro di Roma in tilt, Re di Roma, Ponte Lungo, Vittorio Emanuele: un vero e proprio esodo. Vasco ha risposto con “Stupendo”, cantata all’unisono dai fan che aspettavano il rocker di Zocca dal mattino; momento clou della sua esibizione con “Gli spari sopra”. Vasco Rossi è un’artista completo, un “poeta” come recita Ammaniti nel suo ultimo romanzo, Vasco Rossi è un animale da palcoscenico, un trascina popolo. In conclusione: Vasco Rossi non è adatto al Primo Maggio.

La sua verve ed il suo seguito sono imponenti, è così succoso e gratuito che smuove fan da Treviso a Sciacca. Peccato che il resto del cast abbia oltremodo sofferto la sua presenza, ingiustamente direi. Prima di invitare uno come lui bisognerebbe capire qual è il vero significato del Concertone e cosa desidera il pubblico di S.Giovanni, lo zoccolo duro, quelli che affollano la piazza ogni anno, gli altri 400mila tanto per intenderci…

Il pomeriggio, sotto un solleone, l’ingrato compito di sollevare la piazza è toccato alle smaliziate Diva Scarlet ed ai rappresentanti del “Paese è reale” con Benvegnù, Basile e Dente in gran spolvero. Poi s’è entrato nel vivo, nella tradizione del concerto con i Nomadi e le hit storiche di piazza San Giovanni cantate all’unisono dagli 800mila. Più della metà del pubblico però era per Vasco e si spegne presto in attesa del loro idolo: in dieci Concertoni non mi era mai capitato di vedere gente sbracata per terra restare indifferente ai richiami di “fiesta” della Bandabardò o all’indemoniato suono dei Bottari di Portico capitanati da un fantastico Enzo Avitabile (grandissima esibizione, tra le migliori del concerto).

Ardua la missione di Mannarino e gli Apres la Classe: grande impegno ma quella metà già mugugnava “Vasco Vasco!”.

Pomeriggio in calo con l’ inutile Fornaciari capace di stendere un bisonte. Mentre la piazza ricaricava le batterie “nell’ora del Tg3” si era sempre più stretti in attesa del grande evento. Il grande evento invece arriva poco prima delle otto quando sul palco fiondano Manuel Agnelli vestito da Napoleone Bonaparte e gli Afterhours e sparano in sequenza “Non è per sempre”, “Male di Miele”, “Quello che non c’è” e “Ballate per piccole iene”. Subito dopo Agnelli “Bonaparte” chiama sul palco Samuel dei Subsonica e un ispiratissimo Cristiano Godano dei Marlene Kuntz che regala al pubblico “Impressioni di settembre”. Il supegruppo suona come si deve ma gli applausi dei fan “indie” sono flebili rispetto all’indifferenza del pubblico di Vasco: qualcuno maledice le prime note de “Il paese è reale” del trio Agnelli – Samuel – Godano. Roba da non credere! Quante sfaccettature ha il rock italiano, chi l’avrebbe mai detto?

L’unico che veramente riesce a far saltare la piazza è Caparezza che scatena l’inferno con “Vieni a ballare in Puglia” e fa togliere le magliette agli 800mila in “Ilaria Condizionata”. Molto bella anche la performance della Pfm che canta De Andrè, bravo anche Cisco a tenere viva la piazza prima dell’avvento di Re Vasco che non incanta poi così tanto. Subito dopo spazio ad un insolito duo Fresu-Turci ad accompagnare i reading di Castellitto ed una tenace Marina Rei che sputa rock e bravura mentre il popolo di Vasco già prende d’assalto la Metropolitana di Roma.

I migliori? Su tutti Avitabile e i Bottari di Portico, poi Afterhours e Co, Caparezza e Pfm. Re Vasco? Zona UEFA, niente di più.

 

 

Gaetano Vessichelli

 

Tremonti, un ministro in caduta libera

Un Ministro in caduta libera

di Gaetano Vessichelli

“Si, d’accordo, non è della mia parte politica e non lo voterò mai però bisogna ammettere che è una persona seria e non mi dispiace affatto”. E’ capitato a tutti, almeno una volta, sostenere o ascoltare qualcosa di simile. Un fenomeno di democrazia, un atto di tolleranza, un senso di critica costruttiva, un tentativo di intraprendente visione della politica. C’è sempre un politico rispettato oltremodo, anche se l’orientamento partitico cozza con il vostro: quante volte abbiamo ascoltato il nostro amico antiberlusconiano sostenere che Gianfranco Fini “è una persona obiettiva”, quanti di noi hanno dibattuto con elettori del centrodestra sulla verve di Fausto Bertinotti. Nell’elite “del politico comunque bravo” ha sempre avuto un ruolo da “titolare” l’attuale Ministro dell’Economia Giulio Tremonti: personaggio deciso, duro ma allo stesso tempo sicuro di sé e preparato sui temi scottanti e delicati della recessione economica figlia di una globalizzazione spietata. Tremonti è la mente del gruppo per i suoi elettori, è un uomo preparato per i suoi oppositori, è “il politico rassicurante” per gli indecisi del voto. Lo abbiamo ascoltato in questi anni ostentare sicurezze ed azzardare previsioni: s’è prestato, dopo il precedente governo di centrodestra, a segnalare gli errori del tecnico Padoa-Schioppa fino a riappropriarsi dello scettro più delicato di Palazzo Chigi. Entrare nell’elite “del politico comunque bravo” è un’impresa di non poco conto, restare però lo è ancor di più.
L’impressione è che Tremonti ha perso terreno e tanta gente, dinanzi alle sue ultime affermazioni, ha avanzato dubbi: le mie orecchie hanno udito le dure critiche e le prime perplessità sul suo operato al Governo, da parte di suoi inguaribili sostenitori nei posti dove io opero.
Tremonti non incanta più: le difficoltà a governare la finanza pubblica lo stanno scolorendo: “La crisi è a un punto di svolta oramai – ha sostenuto il ministro pochi giorni fa – la parte più difficile è alle spalle e il grande incubo è lontano, finito, scongiurato”. La Marcegaglia gli ha fatto subito eco. Ora, se le stime del Fondo Monetario Internazionale valgono qualcosa, se l’esportazione è crollata, se gli addetti ai lavori degli altri paesi giurano che non si uscirà da questo pantano prima del 2010 (e l’Italia è data in ritardo sulla tabella di recupero) trovo quantomeno discutibili tali dichiarazioni. Qualcosina non torna se il giorno dopo il pericolo scampato la Borsa scende a meno quattro. Il Ministro dell’Economia deve combattere con una situazione difficile: negli ultimi mesi Istat e Bankitalia ripetono la solfa evidenziando che il debito italiano ha raggiunto un nuovo record, mentre le entrate, pur crescendo, stanno rallentando e la spesa pubblica è tutt’altro che sotto controllo. Difficile ostentare sicurezze in questo delicato periodo, d’accordo, ma una errore può capitare.
Il problema è che Tremonti gli errori li colleziona come dimostra il papocchio del mancato “Election day” dopo i muscoli mostrati dalla Lega Nord sempre più elemento vitale del Governo: “Il Referendum era meglio non farlo – ha affermato Tremonti – i costi li paghino i referendari, sono a carico dei promotori. Non metteremo mai le mani nelle tasche dei cittadini perché nel bilancio pubblico ci sono le risorse per finanziare la ricostruzione privata e pubblica”. Fare a meno di un Referendum? Se la memoria non mi inganna nel 1994 grazie ai referendari guidati dalle liste del Patto Segni arrivò in parlamento un tal Giulio Tremonti e, comunque sia, chiedere di non fare un referendum non è una risposta brillante…ecco…non è una risposta da “politico comunque bravo”.
Questione tasse: anche qui il Ministro zoppica. All’affermazione “nessuno pagherà per l’Abruzzo” molti hanno storto il naso visto che non ci sono nemmeno i soldi per mantenere in vita le Guardie Mediche nei piccoli centri del Meridione già a forte rischio desertificazione. Anche le certezze della cara “social-card” sono state messe in discussione da un’abile servizio giornalistico.
La finanza creativa di Tremonti scricchiola e la storia della cattiva gestione delle risorse non incanta più. Nel suo futuro lo aspetta la grande prova delle risorse: l’uomo del primo “swap” resta al suo posto per ora, difficilmente rientrerà nell’elite “del politico comunque bravo”.

Quant’era bella la mia Onna…

Lo struggente articolo di Giustino Parisse de “Il Centro”.

 

 

Quanto era bella Onna quella notte, prima dello scossone orrendo. La luna rischiarava i vicoli: via dei Calzolai, via Oppieti, via dei Martiri, via Ludovici, via della Ruetta, via delle Siepi. Dentro, mille anni di storia e milioni di storie: uomini e donne che quel piccolo paese in fondo alla Valle dell’Aterno avevano costruito e amato. In quella orrenda notte abbiamo perso tutto: le vite umane, le case, il nostro paese.

Non sentirò più gli odori: da bambino a ogni passo c’era una stalla. Sotto gli animali, sopra gli uomini. Nei giorni di festa i profumi del pomodoro fresco per fare il sugo rallegrava il palato ancor prima di consumare il pasto. E poi le voci, la colonna sonora di un paese di gente semplice. Quella notte dopo lo scossone orrendo le voci non c’erano più. La luna rischiarava il silenzio. Il dolore tanto forte da spezzare le corde vocali. Quella notte era una bella notte. Nella mia casa c’erano due angeli, erano nel loro lettino. Riposavano. Attendevo già il rumorio di un mattino normale. Quando si alzavano per contendersi il bagno. La mamma che li chiamava: sbrigatevi, è tardi, la scuola vi attende. L’ultima carezza, l’ultima rassicurazione.

L’orrendo scossone. La corsa verso quelle camerette, il grido spezzato: papà, papà. Domenico arrivo, arrivo. Resisti, resisti. Polvere, sassi, disperazione. Dall’altra parte della casa il grido della mamma: Maria Paola è qui. Lo sento. Un barlume: arrivo ad aiutarti. No, è solo speranza. L’orrendo scossone non perdona. Nella notte, sul tetto che non è più un tetto, l’abbraccio di un padre e una madre. Quella casa che diventa una tomba, la tomba dei sogni, la tomba dei tuoi figli per i quali hai lottato e poi quella notte scopri che li hai solo portati nel baratro. E’ la tua storia che finisce, è la tua casa che sparisce, il tuo paese che non c’è più. Poi le luci del giorno beffarde. C’è il sole, sullo sfondo brilla il Gran Sasso. Gli uccelli cantano la primavera. Tu sei lì, a guardare il vuoto. Arrivano gli amici, i soccorsi. E inizia il rosario della morte: Gabriella, Luana, Berardino, Susanna, Fabio e poi ancora, ancora e ancora: fino a 38. Era quella la mia gente, è quella la mia gente anche nella morte.

I miei bambini estratti dalle macerie. Nemmeno il coraggio di guardarli. La morte non deve avere un volto. La vita deve trionfare: il ricordo è del sorriso, degli occhi pieni di gioia, non del ghigno mortale di una faccia disfatta. Mamma che si salva: il volto insanguinato non lo riconosco. Papà è ancora seppellito sotto una montagna di macerie. Si lavora per portarlo via. Poi vado via anche io, fuggo dall’orrore. Fuggo dalla mia storia. Fuggo dalla mia vita. Tutto finisce nella notte dell’orrendo scossone. Non sento la radio, non guardo la tv. Poi, qualche sera dopo, incrocio con gli occhi l’immagine della chiesa parrocchiale: lì si sono sposati mia madre e mio padre, lì sono stato battezzato, lì ho pregato con la mia gente la statua della Madonna delle Grazie. Mi dicono che devono portarla via. Era nella sua nicchia dalla fine del 1400, quando la mano ispirata dell’artista Carlo dell’Aquila l’a veva modellata. Siam peccatori ma figli tuoi, Maria di Grazie prega per noi: il canto è risuonato milioni di volte, almeno venti generazioni di onnesi hanno toccato quella statua, l’hanno baciata e hanno sfiorato quel bambino Gesù che stringe forte forte fra le manine un uccellino. La Madonna se ne va, depositata dentro un container. Terremotata anche lei. Tornerà, sì tornerà, quando le macerie risorgeranno.

Via dei Martiri non c’è più: nel 1944 la mano cattiva dell’uomo l’a veva resa simbolo della sofferenza, dell’uomo che si accanisce sull’ uomo. Diciassette onnesi, la mia gente, annientati dalla follia di una guerra senza senso. Quella strage mi ha perseguitato per trenta anni: ho cercato di capire, di spiegare, di dare una ragione a quella violenza tanto assurda. Ho sperato anche di dare uno spunto per cercare giustizia. Oggi via dei Martiri piange altri morti: stavolta l’assurdo è il tremendo scossone. Tanti anni fa scavando nella storia del mio paese mi sono imbattuto nelle carte dell’a rchivio parrocchiale. Mi colpì una data: 2 febbraio 1703. Il parroco di quel giorno scrisse: ora sesta, orrendo scossone, la chiesa parrocchiale per intercessione di San Piero Apostolo è rimasta in piedi, una sola persona è morta.

Nel 1753 fu costruito il campanile, intorno una scritta a ricordo del parroco che lo aveva fatto realizzare: Beneditus Pezzopan, Unda prepositus. Due giorni fa i vigili del fuoco hanno preso la campana grande recuperata fra le macerie del campanile. L’hanno fatta suonare nella tendopoli. Sarà rinascita? Alla mia gente dico andate avanti, io non so se ce la farò, non so nemmeno come sono riuscito e scrivere questi pochi pensieri. Grazie alla mia seconda famiglia: gli amici e colleghi del Centro. Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato e confortato in questi giorni. Quanto era bella Onna quella notte prima dello scossone orrendo.

Giustino Parisse

Il volontariato insorge contro Tremonti

L’iniziativa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti di devolvere il 5 per mille ai terremotati abruzzesi, rischia di essere controproducente perché metterebbe in crisi tante piccole associazioni di volontariato, molte delle quali peraltro già attive nelle zone colpite dal sisma. A sostenerlo sono in tanti, dal consulente di Emergency Gianpaolo Concari al Forum del terzo settore, dal presidente del Coordinamento dei centri di servizio per il volontariato Marco Granelli all’Aduc.

DELL’UTRI: “MUSSOLINI GRANDE UOMO”

Di Gaetano Vessichelli (www.gaetanovessichelli.wordpress.com)

“Benito Mussolini è stato un grande uomo: ha commesso soltanto un errore, quello di perdere la Guerra. Il Fascismo è una mezza schifezza, perché non ha diffuso in pieno le idee di Mussolini che, ne sono certo, non è mai stato un sanguinario ma una persona sensibile e colta che s’è fatta ingannare da persone fidate: da questo punto di vista è stato un fesso, uno troppo buono”. E’ quanto ha dichiarato il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri a Benevento in occasione della presentazione del suo libro “I Diari del Duce”.